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:: Un matrimonio in provincia : romanzo / della Marchesa Colombi
Autore: Marchesa Colombi | Editore:
Lingua: ita | Data: 1895 | Luogo: | Tipologia: Testo a stampa | Tipo: Spoglio


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UN MATRIMONIO IN PROVINCIA
RACCONTO DELLA
MARCHESA COLOMBI.

E' difficile immaginare una gioventų pių monotona, pių squallida, pių destituita d'ogni gioia della mia. Ripensandoci, dopo tanti e tanti anni, risento ancora l'immensa uggia di quella calma morta, che durava, durava inalterabile, tutto il lungo periodo di tempo, da cui erano separati i pochissimi avvenimenti della nostra famiglia.
Non conobbi mia madre, che morė nel primo anno della mia vita. La famiglia si componeva del babbo notaio Pietro Dellara; d'una vecchia zia di lui, una zitellona piccola, secca come un'aringa , che dormiva in cucina, dove aveva messo un paravento per nascondere il letto, e passava la vita al buio dietro quel paravento; di mia sorella maggiore Caterina , che si chiamava Titina; e di me, che avevo ereditato dal mio compare il nome infelice di Gaudenzia, ridotto, per uso di famiglia, al diminutivo ridicolo di Denza.
Avevamo una casa.... Dio che casa! Un'anticamera. di grandezza regolare, ma chiara che abbagliava, e perfettamente vuota. Non c'era dove posare un cappello. Alcuni testi, con un resto di terra arsiccia e dei mozziconi di piante, morte di siccitā, perché nessuno si era mai curato di inaffiarle, la ingombravano qua e lā , e servivano, quando occorreva, a tener aperto l'uscio che metteva in sala.
La sala vasta, quadrata, chiara, troppo chiara, perchč non c'erano nč tende, nč cortine, nč trasparenti alle finestre, era mobigliata con un divano contro la parete principale di contro alle finestre, quattro poltrone, due a destra e due a sinistra del divano, appoggiate al muro, ed otto sedie lungo la parete laterale, quattro per parte. Nel centro della sala c'era una tavola rotonda, coperta con un tappeto di lana; e sul rosone di mezzo del tappeto, c'era una scatola da guanti, col coperchio di vetro, traverso il quale si vedeva un paio di guanti bianchi un po' sciupatini. La scatola era un dono nuziale del babbo alla sua sposa, ed i guanti erano quelli che la mia povera mamma aveva portati il giorno delle nozze. Intorno alla scatola erano schierati sulla tavola due cerchi da tovaglioli ricamati sul canovaccio, colla scritta "buon appetito"; un portasigari di velluto rosso, con una viola del pensiero ricamata in seta: una busta di pelle scura, imbottita di raso turchino, che stava sempre aperta, per lasciar vedere una ciotola ed un piattino d'argento, dono del mio compare Gaudenzio alla mia mamma, in occasione della mia nascita.
Nessuna di quelle cose aveva mai servito all'uso a cui era destinata, perchč il babbo le trovava troppo di lusso e per conseguenza le teneva in sala, la stanza di lusso della casa.
Dopo la sala veniva la camera del babbo, con un gran letto nuziale, che la riempiva tutta. A capo del letto c'erano due pilette d'acqua santa d'argento cesellato, che il tempo aveva ossidate rendendole pių belle; due altre pilette di porcellana, in forma di angeli, colla gonnellina rialzata che faceva da coppa; e finalmente una quinta, di rame inargentata che perō aveva perduto l'argento, era la sola che contenesse veramente l'acqua santa. E sopra le pilette erano appesi molti rami d'ulivo, e palmizi, ed un fascio di lumen-cristi, dai quali si sarebbero potuti contare gli anni dacchč il babbo aveva messo casa, cominciando dai primi, rappresentati da candelette sminuzzate, tenute insieme soltanto dall'anima di bambagia, sulla quale quei vecchi pezzetti di cera annerita, ciondolavano come una filza di salsiccie; e passando via via, d'anno in anno, pei lumen-cristi scrostati, sgretolati , contorti, poi per quelli interi ma gradatamente sudici, che, dal color castano, venivano gių gių per tutte le sfumature del giallo, fino a quello dell'ultimo anno, intatto, quasi bianco, coi fiorellini rossi e verdi dipinti , che era urna bellezza.
A destra del letto c'era uno scrigno, dove il babbo teneva gelosamente rinchiusi i denari e quelle che chiamava, "le reliquie della famiglia": i ritratti al dagherrotipo di lui e della mamma sposi, quasi completamente svaniti; la cuffiettina che aveva servito pel nostro battesimo ; una quantitā di fogli ingialliti, che contenevano le poesie giovanili del babbo, ed i gioielli della mamma.
Dall'altra parte del gran lettone, c'erano otto seggiole a spalliera alta, ma punto antiche nč belle, vecchie soltanto, schierate in fila come tanti soldati. E, se per caso una si staccava un dito dal muro, o rimaneva voltata anche solo d'una linea verso la sua vicina, il babbo correva a rimetterla a posto, e non era contento se non s'era assicurato, chinandosi e prendendo la mira come se dovesse sparare, che gli otto sedili formavano una linea retta inappuntabile.
Dopo la camera del babbo, Cera una vasta cucina, dove la zia s'era tagliata fuori la camera da letto col paravento; il che non impediva che ci stessero a tutto agio una tavola ordinaria per usi di cucina, ed una tavola di noce pių grande, dove si pranzava.
Dietro la cucina c'era una stanzona larga, bassa di soffitto, colle pareti imbiancate a calce, dove si dormiva la Titina ed io. I nostri letti erano di quelli primitivi, fatti di cavalletti e panchette, con un saccone di cartocci ed una materassa. Ed a capo del letto avevamo anche noi, la piletta dell'acqua santa, ma di terra verniciata come i tegami della cucina, delle immagini sacre, che per risparmiar la cornice erano state appiccicate al muro colla pasta, ed un rosario di avellane con una noce per ogni paternostro, che ci aveva fatto commettere col desiderio chissā quanti peccati di gola, ed aveva dovuta la sua salvezza, nei primi anni al suo carattere sacro, e pių tardi al suo gran puzzo di rancido.
Non c'era un giardino, nč un cortile, nč un balcone per uscire a respirare all'aperto.
Ma, in compenso, il nostro babbo aveva la passione, la fede, la mania del moto. Per tutte le malattie, per tutti i guai della vita, lui ammetteva due soli rimedi; ma erano infallibili: una lampada alla madonna, ed il moto.
Li usava anche come preservativi, come semplici misure igieniche; perchč noi non s'avevano in casa nč malattie nč guai; eppure la lampada s'andava a farla accendere ogni venerdė, e, quanto al moto, se ci ripenso, mi dolgono ancora le piante dei piedi.
Dio! quanto camminare su quelle strade maestre larghe, diritte, bianche l'inverno di neve e l'estate di polvere, che s'allungavano a perdita d'occhio nelle vaste pianure, fra i prati e le risaie del basso Novarese!
Ho detto che il babbo era notaio; ma il suo studio non era preso d'assalto dai clienti. Teneva un giovane praticante, e lui solo con quell'aiuto bastava a tutto, ed avanzava ancora tempo per le nostre enormi passeggiate.
La mattina ci faceva alzare prestissimo, ci dava appena il tempo di vestirci, e via; lasciando la casa sossopra, i letti disfatti, s'andava gių gių lungo una strada maestra qualsiasi, senza scelta, senza scopo.
A lui non importava che i luoghi fossero belli; non ambiva di fare delle escursioni alpine; punto. La sua passione era proprio di mettere un piede avanti all'altro, per molte ore di seguito, e di poter dire al ritorno: " Si son fatti tanti chilometri ".
Quando si tornava eravamo stanche, e non ci sentivamo di sfacchinare per ordinare la casa, C'era una serva che veniva alle otto del mattino, e se ne andava verso le due. In quelle ore doveva ordinare, andare al mercato, far la cucina, servire in tavola , rigovernare.
Tutto dunque era fatto molto sommariamente. Ma il babbo, pel mangiare, era sempre contento, per l'ordine di casa gli bastava che i mobili fossero bene a posto e le sedie bene in fila; e, purchč si facesse del moto, non esigeva di pių.
Non ci mandava neppure a scuola, perchč diceva che tutte quelle ore d'immobilitā sono micidiali. C'insegnava lui di quando in quando a leggere, scrivere e far di conto. E durante le nostre passeggiate faceva la nostra educazione letteraria.
Almeno lui lo credeva, perchč ci raccontava l'Iliade, l' Eneide, la Gerusalemme. Si animava, gesticolava narrando di eroi che si battevano soli contro un'armata, sollevavano macigni grossi come montagne e li scaraventavano contro il

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