La postilla stendhaliana


«il me vient l’idee d’ecrire […] une vie dont je connais fort bien tous les incidents. Malheureusement l’individu est bien inconnu, c’est moi»
Marie-Henri Beyle, dit Stendhal


«Aveva preso la bizzarra abitudine di circondarsi di mistero nelle azioni più indifferenti […] Non scriveva mai una lettera senza firmarla con un nome falso; […] Le note, che prendeva senza sosta, erano delle specie d’enigmi, di cui sovente lui stesso non era in grado di indovinare il senso quando risalivano a qualche giorno prima.»
Prosper Mérimée, Note e ricordi

La massiccia presenza di note autografe (comprese quelle mute, le firme di possesso, le note di altra mano e le dediche) contenute nei volumi della biblioteca di Stendhal, approdata a «1000ans» nel 1970 e ormai definitivamente milanese, aveva “deturpato”, rendendoli invendibili, 458 volumi su un totale di 987 libri. Proprio quelle “note” che, nei primi decenni del Novecento, avrebbero iniziato a suscitare interesse e ad imprimere valore a quegli stessi libri.

Sono note che confermano la presenza di «misteri» e di «enigmi», con la conseguente difficoltà a coglierne il senso – valga l’esempio della nota «1000ans» per Milano – ma prospettano anche altre problematiche. Infatti qualsiasi tentativo di definizione di nota stendhaliana basato sul luogo ove la scrittura di Stendhal ha preso forma e sul genere cui la “nota” appartiene risulta inadeguato a comprenderla appieno.

Nei volumi della sua biblioteca la grafia di Stendhal sovrasta e spesso annulla il concetto stesso di copertina – allargato alle sue parti interna/esterna, anteriore/posteriore – per trasformarlo più semplicemente in un supporto su cui poter scrivere di tutto. Ma non solo. Identica sorte è stata riservata ai risguardi e agli occhietti che si trovano a dover ospitare parole che sovente con l’opera annunciata dai caratteri tipografici nulla hanno a che vedere. Non per questo sono stati risparmiati i margini che delimitano il testo stampato. Mentre i frontespizi hanno goduto in generale di un certo rispetto da parte di Stendhal.

Questi interventi scrittori hanno coinvolto il concetto stesso del supporto che li ospita, modificandone il significato e destinandolo ad una dimensione altra e diversa. Non è più solo libro a stampa, ma è anche manoscritto. Però non è solo manoscritto, è anche testo a stampa. I due termini, libro e manoscritto, che in apparenza qui si sostengono, entrano però in conflitto: l’esistenza del primo termine giustifica e supporta la presenza del secondo, ma proprio la presenza del secondo termine trasforma il significato del primo. Una delle prerogative fondamentali legate al concetto di libro a stampa, ossia essere un multiplo, è stata annullata. Una delle tante copie di una particolare edizione è diventata, proprio come un manoscritto, un esemplare unico che viene letto in funzione dell’autografo che ospita e l’accompagna. Particolarità messa in luce e sintetizzata da Gian Franco Grechi in una sua comunicazione del 1971: «Da questo consegue la duplice specialità del Fondo che, oltre a presentarsi propriamente come stendhaliano, s’articola su una appariscente biblioteca di libri a stampa che, in effetti, lo è di manoscritti.»

Gli autografi sono, di volta in volta, annotazioni, marginalia, glosse, note, diventano veri e propri manoscritti quando riempiono anche fogli/carte o interfogli fatti inserire da Monsieur Beyle, e vanno a comporre dei “mélanges” di generi diversi.

Nel corso del ‘900, forse per la difficoltà di pubblicarli così come Stendhal li aveva redatti sulle pagine di altri autori in un magmatico caos scrittorio, intrecciandosi tra loro i diversi generi, e forse proprio per tentare di fare ordine, sono stati divisi e raggruppati in due categorie: note letterarie e note intime, per confluire nei Mélanges de littérature e nei Mélanges intimes et marginalia pubblicati negli anni trenta da Henri Martineau, secondo il quale «le titre de ces volumes n’appartient pas à Stendhal […] On ne peut risquer l’aventure insolite d’offrir sans titre des pages aussi curieuses».

Più recentemente Victor Del Litto (scomparso nel 2004) ha curato il Journal (1982) in cui sono state inserite, ad integrazione del Journal “élaboré”, tutte le note, o quasi tutte, datate e databili riferite alla vita privata ed intima di Henri Beyle disperse nelle pagine dei libri e questi, a loro volta, dispersi in luoghi e biblioteche sparse per il mondo, dando così origine al Journal “reconstitué”.

L’operazione di smembrare le note stendhaliane per ricondurle ai rispettivi generi di “apparente” appartenenza ha invece evidenziato alcune problematiche.

Negli ultimi decenni del xx secolo l’indagine intrapresa dagli studiosi stendhaliani stimolati proprio dalle scelte operate in precedenza, si è focalizzata su alcuni aspetti legati anche ad una definizione che restituisse la complessità della “nota stendhaliana” in rapporto al luogo in cui è stata scritta ed al genere cui appartiene. «Non si sa, a proposito di questi graffiti intimi su che cosa ci si debba interrogare di più, se sul messaggio, sul codice o forse sulla natura del supporto» precisa Gérard Genette.

Risulta emblematico, nella sua essenzialità, il titolo dell’opera di Rosa Ghigo Bezzola La postilla. Una forma autobiografica stendhaliana (Milano, Biblioteca Comunale, 1992), in cui con “cautela” sono accostati i due termini del problema - postilla e genere - senza forzarne la complessità. Infatti scrive Ghigo Bezzola: «nessuna definizione [postilla, glossa, nota, manchettes, marginalia, annotazione] per motivi diversi, collima perfettamente con il materiale cui si dispone, nessuna sembra accogliere o riunire pienamente le particolarità e le singolarità di questo enunciato stendhaliano» così come «la discontinuità, la mancanza di regole precise conferisce alla postilla stendhaliana quel carattere di originalità assoluta che, tuttavia senza escluderla totalmente dal genere [autobiografico], le impedisce però di farne parte a pieno titolo.»

Massimo Colesanti con la pubblicazione nel 2002 delle trascrizioni delle postille contenute nei volumi della biblioteca Stendhaliana della Fondazione Primoli a Roma (Catalogo del Fondo Stendhal. Biblioteca Primoli, a cura di M. Colesanti. Roma, Ed. di Storia e Letteratura, 2002, t. I) ha indicato la strada da intraprendere e ha colmato una lacuna.

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Marie-Henri Beyle, dopo avere per anni, almeno fino al 1818, frequentato, sia pure negli ultimi anni con una evidente irregolarità, le pagine di un diario dove annotare scrupolosamente quanto gli andava accadendo, quello che pensava, ad un certo punto della sua esistenza abbandona definitivamente questa metodologia di scrittura per sostituirla con quel suo vezzo, praticato comunque da sempre, di disseminare ovunque singole parole o intere frasi.

Fissa al volo sul primo pezzo di carta che ha sottomano, nel nostro caso i libri ma non solo – si pensi al famoso barattolo – fatti, momenti di vita quotidiana, intima, sociale e professionale: conti, spese sostenute, viaggi, itinerari, passeggiate, amori, appuntamenti, incontri, resoconti di pagine scritte e corrette «25 Janvier 1840 fin du plan de Lamiel» (Cat. FSB 475). Ma non solo, pensieri, stati d’animo, emozioni e ricordi riaffiorano dal passato, come dal passato riemergono le sue note «Précieuses notes de 1820» scrive nel 1832 (Cat. FSB 311). Oppure constatare che il passare del tempo ha inesorabilmente cancellato le «Précieuses notes»: «illisible 14 Juin 1840», una postilla talmente ambigua da indurre in errore anche gli stendhaliani. Di leggibile era ed è rimasto solo «Stile […] Le Séneque» (Cat. FSB 146).

Registra, come in un vero “diario”, le sue condizioni di salute: «21 février 1817 […] le mal de mer cessa» (Cat. FSB 388); nel 1832 «he Malade a Rome 23 Juillet 1832» (Cat. FSB 474); nel 1833 «Aujourd’hui enrhumé par une triste pluie» (Cat. FSB 311), per arrivare più tragicamente a scrivere nel 1840 «tombé dans le feu en corrigeant la 35e page de Lamiel» (Cat. FSB 312).

Non rinuncia ad annotare le ricorrenze: «2 Décembre 1835 […] Anniversaire d’Austerlitz» (Cat. FSB 240). Mentre sul libro che sta leggendo, l’edizione uscita proprio in quell’anno del Mémorial de Sainte-Hélène, redige in diretta la cronaca dell’inizio delle giornate di luglio del 1830: «Commencement des coups de fusil que j’entends en lisant cette page […] 28 Juillet à 1 h 3/4» «Sang-froid complet du peuple dans la rue Rameau sous ma fenetre pendant le feu de 1 à 2 h[eures] 28 Juillet 1830», «1 h[eure] 55 le feu qui etait à l’orient passe au Midi […]» (Cat. FSB 444).

Ma anche le più banali condizioni meteorologiche trovano posto nelle sue note: «lu à S[ain]t Germain il pleut» (Cat. FSB 230), «belle soiree après superbe soleil» (Cat. FSB 193).

Tutto ciò diventerà una costante esistenziale di Henri Beyle e farà definitivamente parte anche del suo percorso intimo di scrittore, o come afferma Gérard Genette «Beyle per noi è legittimamente soltanto un personaggio di Stendhal.»

Nel caso dei materiali contenuti nelle pagine dei volumi della sua biblioteca, dove il famoso pseudonimo “M. de Stendhal” non compare mai e il nome adottato da “M. de Stendhal” quando firma le postille, oppure quando i riferimenti riguardano proprio “himself” è “Dominique”, potremmo sostenere, parafrasando Genette, che Beyle e Stendhal per noi sono soltanto dei personaggi di Monsieur Dominique. Ma il tanto rinnegato cognome Beyle «sempre presente, ma quasi sempre mascherato e travestito» ricompare a sorpresa sui risguardi, oppure sulle pagine finali dei suoi volumi per comunicare che proprio quel libro è “To Mr Beyle”. E allora il gioco, il suo gioco, ricomincia costringendoci a venire a patti con la sua complessa personalità e ad adeguarci alle sue non regole, anche se nel corso della sua vita ha stilato piani di battaglia e si è dato regole di comportamento da seguire nelle schermaglie amorose.

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L’opera che Stendhal sta leggendo o rileggendo svolge una duplice funzione provoca il riaffiorare di un ricordo e diventa testimonianza del ricordo che ha provocato, «Cette édition est remplie de mots changés par les imprimeurs. Quand je lisais ce volume j’étais l’homme de la B[atai]lle de Becheville les phrases de ce livre me le repetent.» (Cat. FSB 250), ma, contemporaneamente, è anche l’oggetto di giudizi e di commenti non sempre lusinghieri: «21 mai 1822 m’a ennuyé» (Cat. FSB 158), «Des phrases, pas une date, pas un fait, et même pas d’idées nettes» (Cat. FSB 229), oppure nei margini si rincorrono lapidari commenti quali «bête», «animal».

In questi luoghi la scrittura si fa sintesi, lo spazio sacrifica la parola che spesso diventa abbreviazione, e la velocità dell’annotare imprime alla grafia un segno nervoso ed irrequieto. In questa dimensione scrittoria i ripensamenti, se confrontati con la quantità delle parole scritte, sono quasi inesistenti. Particolare importante e rivelatore se si considera la “pignoleria” dello scrittore Stendhal e del lettore Henri Beyle: ritornare sempre sulla propria e altrui scrittura.

Esauritasi l’esigenza di stilare con assiduità e metodo un journal, la forma dell’annotare gli permette di continuare, attraverso la scrittura, a raccontarsi, gli offre l’illusione di non perdersi di vista e di non smarrire attimi, sensazioni, fatti, accadimenti della sua vita. Imprimere tutto ciò sulle pagine di autori destinati ormai all’immortalità e soprattutto accompagnarsi agli autori da lui amati, garantiva inconsapevolmente a Monsieur Beyle questa dimensione. Riempiva il vuoto e rendeva nullo il significato delle parti che compongono per tradizione un libro per annullare il vuoto al quale quei fatti, ossia la sua vita, erano destinati.

Modalità che rappresenta il momento, anche se un momento lungo una vita, di transizione, di passaggio per arrivare alla redazione di una autobiografia. E’ una scrittura che lascia dietro di sé tracce di autobiografia, che precedono e contengono nello stesso tempo l’idea di scrivere la propria vita, diventando enunciati autobiografici. Queste tracce sono disperse e si rincorrono sui volumi della sua biblioteca:

«6 Janvier 1831 [.] J'ai ecrit les vies de plusieurs grands hommes Mozart Rosini, Michelange Leonard de Vinci. Ce fut le genre de travail qui m'amusa le plus. Je n'ai plus la patience de chercher des matriaux, [.] de peser des temoignages contradictoires, il me vient l'ide d'crire [.] une vie [.] dont je connais fort bien tous les incidents. Malheureusement l'individu est bien inconnu, c'est moi. Je naquis Grenoble le 23 Janvier 1783»

si legge sul recto della carta bianca alla fine dell’opera di Samuel Richardson, The history of Clarissa Harlowe (Cat. FSB 724).

Stendhal dimostra ancora una volta quanto la dimensione della sintesi gli sia congeniale: in poche righe ci consegna, tra le pagine di un’opera di un altro autore, il suo profilo bio-psicologico sorretto dai fatti, che conosce bene, ma anche dal momento e dall’esigenza introspettiva. Ci dice dei libri che ha scritto, della sua predilezione, ormai esaurita per il genere biografico, esercizio utile per arrivare a stilare, almeno in parte, la propria di biografia, della sua passione per le arti e la musica, ma soprattutto mette in evidenza in maniera disarmante la difficoltà di pervenire alla conoscenza di sé.

Questa modalità di scrittura non compone un “diario” e non è ancora la pagina autobiografica: è «una forma autobiografica», definizione che attenua gli interventi precedenti, per diventare con il trascorrere degli anni anche una fonte di informazioni: «Les marginalia sont précieux pour l’étude de sa vie et de ses sentiments» come scriveva Henri Martineau nella sua introduzione. Nel nostro caso però rappresenta anche un gesto egotistico che è andato a modellare una biblioteca egotistica.

Manca poco comunque alla redazione dei Souvenirs d’égotisme (giugno 1832), che apriranno la strada alla Vie de Henry Brulard (novembre 1835). Questo non impedirà a Stendhal di continuare a disseminare note e appunti cifrati sui libri che sta ri-leggendo, ormai gesto automatico, esigenza primaria dettata da una «rabbia metalinguistica», da un’«ossessione del linguaggio» ma anche, attraverso la sintesi, forma congeniale. Sarà sempre “gesto” che precede, prepara e lascia anche testimonianza del momento della scrittura voluta, quindi pensata, organizzata, rielaborata e qualche volta inventata. Non si può infatti ignorare un’altra innata predisposizione stendhaliana, ampiamente espressa anche in queste note stese “apparentemente” solo per sé, quella di giocare con le parole, con le date, con i nomi per perpetuare l’alone di «mistero» e continuare a creare «enigmi».

Tessendo una fitta rete, formata da tutti i suoi materiali scrittori, comprese quindi anche le postille impresse sui libri, ha avuto l’illusione di non perdersi con il passare del tempo, pur disperdendosi nelle e sulle pagine scritte da altri.

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La scomposizione dei generi e la ricomposizione del journal attuate nel corso del ‘900 sono state operazioni indispensabili, che hanno permesso di fare luce su particolari momenti ancora poco chiari o del tutto sconosciuti della vita del console Marie-Henri Beyle, dell’uomo Dominique e dello scrittore Stendhal e di indagare anche quanto frammentato e disperso.

Quello che è venuto a mancare è la complessità e la particolarità, unica nel suo genere, del modo di “scrivere” sulle opere di altri autori da parte del lettore/autore Beyle/Dominique/Stendhal/. E’ mancato il “caos” scrittorio ed è venuta meno la mescolanza dei diversi generi del compulsivo grafomane Henri Beyle. Per ritornare a Genette «Tutto ciò che traccia la penna di Beyle (o il suo bastone, o il suo temperino, o Dio sa che cosa) è Stendhal, […] quella che viene chiamata l’”opera” di Stendhal è un testo frammentario spezzettato, lacunoso, ripetitivo, e d’altro canto infinito, o per lo meno indefinito, ma in cui nessuna parte può venire separata dall’insieme», una parte rappresentata anche dalla pagina tipografica sulla quale ha consegnato sé stesso nella sua forma più intima racchiusa ed espressa dal nome “Dominique”.

Disporre oggi visivamente di tutte le postille così come ci sono pervenute sulle pagine dei libri, testimonianza della scrittura e dell’opera di un uomo che ha conquistato e affascinato intere generazioni di intellettuali e di semplici lettori, risponde anche all’esigenza avvertita e manifestata in questi ultimi anni.

BIBLIOTECHE COMUNALI DI MILANO - CENTRO STENDHALIANO realizzato con il contributo del MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI